Viviana Stiscia (Foto dal web)
Ci avevano insegnato che una società è costituita da individui che, interagendo tra di loro, contribuiscono al benessere dell’intera collettività. Ci avevano detto che tutti i cittadini hanno uguali doveri e godono degli stessi diritti. Credevamo di aver capito che il lavoro, come la salute e l’istruzione, fosse un diritto indifferibile e inalienabile. Pensavamo fosse logico che essere precari non è un privilegio ma, al contrario, un grave disagio. Da bambini ci dicevano che, se non avessimo studiato, da grandi avremmo avuto solo un lavoro umile e noi, che ci abbiamo creduto, lo abbiamo fatto e ora dobbiamo umiliarci per avere un lavoro… anche il più umile! Leggevamo sui libri di scuola che l’Italia è un paese accogliente nei confronti degli immigrati perché ha vissuto la miseria e l’emigrazione e conosce bene “comm’è amaro ‘stu pane!!!”. Da bambine giocavamo a fare le maestre: cattedra, registro e occhiali sul naso. Le bambine di oggi imitano le veline e sognano di sposare un calciatore perché le maestre non hanno un posto fisso, né uno stipendio fisso e, a volte, sono costrette a digiunare dietro ai cancelli del Provveditorato.
Ma, allora, dov’è finita la nostra società? Chi contribuisce
al benessere di chi? Quale governatore conosce quale sia il bene per l’intera
collettività? Cos’è il bene? E’ un valore soggettivo, relativo o assoluto? Chi
stabilisce la “serie” cui appartiene
ciascuno di noi? Quali “partite”
decidono il passaggio di un cittadino dalla serie A alla serie B? E le
retrocessioni?
Quali diaboliche politiche possono avere innescato questo
scarica barile di responsabilità (o meglio di colpe) sulla causa della crisi in
cui versiamo da una categoria sociale ad un’altra ancor più disagiata? Dobbiamo
sopportare ancora a lungo che i precari divengano i capri espiatori di tutti i
mali sociali e con essi gli immigrati e poi i senza casa e, per finire, gli
invalidi spesso marchiati con l’infamante bollo di “falsi”?
E’ questa la società che volevamo e quella che stiamo
consegnando nelle mani dei nostri figli? Non basta più lo sdegno né, tanto
meno, l’indifferenza nei confronti di questo miserabile stato delle cose! Anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo
stesso coinvolti!!!
La precarietà è sinonimo di instabilità e affondare le radici
di una società sulla precarietà significa non poter più contare sulla coesione
e sulla solidità del tessuto sociale! Il lavoratore di ruolo guarda in cagnesco
il precario accusandolo di comportamento parassitario e clientelismo; e il
precario storico guarda di malocchio il neo-precario che non ha la sua “storia”
alle spalle; e il neo-precario teme la concorrenza dell’immigrato che gli
“toglie il lavoro” (ma quale lavoro???); e l’immigrato rinfaccia al disoccupato
di non essere disposto anche lui a lavare i vetri al semaforo!!! In ogni strato
della nostra società gli attriti sono così forti che trovare un’intesa, dei
valori condivisi o condivisibili, un obiettivo comune, sembra impresa
impossibile! Ma noi vogliamo crederci ancora, vogliamo lottare, anche
duramente, contro ogni forma di precarietà da quella lavorativa a quella
economica, da quella sociale a quella psicologica! Si, perché la precarietà è
ormai diventata una dimensione del nostro spirito: non poter fare progetti, non
poter accumulare esperienze, non aver riconosciuto i meriti (materiali e non)
del proprio lavoro, come se un lavoro “precario” valesse meno e pesasse meno a
chi lo svolge; non riuscire neanche ad immaginare il futuro non avendo alcuna
certezza su cui costruirlo; costituiscono quel muro di paura che chi ci governa
costruisce intorno a noi per “controllarci” meglio.
Ma se riuscissimo a convertire quella paura in rabbia e la
depressione in orgoglio, se riuscissimo a unirci contro ogni forza disgregante
e ritrovassimo la stabilità perduta prima di tutto dentro di noi e tra di noi ,
la nostra speranza comincerebbe a diventare una certezza e basta una prima
certezza per costruirci sopra tutte le altre.
D’ora in poi (dicevamo tanti anni fa!), d’ora in poi (ripetiamo
oggi!) squarciamo il velo della precarietà oppressiva, sfoderiamo le nostre
“armi” migliori, quelle del coraggio, della solidarietà e dell’impegno nella
lotta per la realizzazione di una società migliore che non può che passare
attraverso la sicurezza di un lavoro stabile “per tutti e per ciascuno”, di una
scuola pubblica “per tutti e per ciascuno”, della garanzia del diritto alla
salute “per tutti e per ciascuno”!
D’ora in poi, basta
subire i calci di rigore … … … facciamogli un bel goal !!!!

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